4.Etica digitale. Per essere consapevoli del lato oscuro della Rete

Introduzione

Questo capitolo è stato tratto dalla conferenza del prof. Piercarlo Maggiolini del Politecnico di Milano, tenuta il 15 maggio 2015 al “Cosentino”, nell’ambito del progetto “Quale uomo, quale cultura, quale scuola per il XXI secolo?, organizzato dall’istituto e dal gruppo Sos scuola (vedi www.sos-scuola.it). Ciò che prima era nascosto oggi è condiviso, tutto di noi diventa tracciabile, Assange e Snowden insegnano. È necessario quindi arrivare a una forma di etica adatta al mondo digitale globalizzato.

E-reputation

Tra i tanti temi e problemi oggetto dell’etica digitale esiste l’e-reputation. l’e-reputation non è altro che la reputazione online. Si tratta dell’opinione comune determinata da informazioni, commenti, immagini e altro che si genera sul Web, non riguarda solo le persone, ma anche le organizzazioni, le imprese, in particolare hotel, ristoranti. In rete occorre difendere la propria reputazione, evitando di condividere proprio tutta la nostra vita sui social network, perché al momento della ricerca di un lavoro, o al momento della stipula di un contratto, quello che avremo messo “in piazza” ci si può ritorcere contro. Su Internet le notizie vengono rimbalzate da un sito all'altro senza alcuna verifica e resteranno per lunghissimo tempo le tracce telematiche sulla persona coinvolta. Prima di pubblicare un contenuto multimediale che vi mostra in situazioni o atteggiamenti discutibili, sia esso un video su Youtube, una foto o altro, ricordatevi che diventerà immediatamente di pubblico dominio e porterà in qualche modo la vostra firma. Bisogna Scegliere con attenzione la foto-profilo e la foto-copertina su Facebook: per quanto possiate rendere la vostra Timeline non accessibile a chi non è direttamente tra i vostri contatti, queste immagini resteranno sempre sotto gli occhi di tutti e tutti significa anche datori di lavoro, selezionatori, colleghi e docenti. Il miglior metodo per tutelare la propria web reputation consiste dunque nella prevenzione. E’ quindi necessario adottare comportamenti più responsabili (specie se si parla di social network) e controllare continuamente il proprio posizionamento sul web. Per questo gli esperti consigliano di effettuare con frequenza un controllo della propria reputazione online. Per farlo è sufficiente inserire nome e cognome (o la denominazione aziendale) su Google. I risultati ottenuti consentiranno di verificare se si è associati a fatti poco lusinghieri o a notizie inesatte, in modo da poter tempestivamente intervenire. Logicamente la tematica non riguarda, per ora, tutti.

 

Motore di ricerca Google

Ma vediamo un’altra cosa: come viene trasmessa la conoscenza in Rete. Per cercare informazioni su un determinato argomento non andiamo più in una biblioteca ma usiamo abitualmente i motori di ricerca, in particolare Google. I motori di ricerca usano degli algoritmi. Questi algoritmi sono sconosciuti, perché protetti dal segreto industriale. Ebbene: il motore di ricerca di Google usa cinquantasette parametri per cercare e mostrare all’utente le informazioni che secondo il motore di ricerca lo interessano. Nel cercare per il suo utente, Google tiene conto delle ricerche che quell’utente ha fatto in passato su quel dispositivo, quindi gli presenta sempre la stessa minestra, o quasi. Nel senso che nel tentativo di aiutarlo gli riduce la visibilità sul mondo. Ma c’è di più: normalmente ciò che è più “popolare” prevale. I motori di ricerca danno risposte distorte, guidate anche da finalità commerciali. In Internet il marketing e la pubblicità la fanno da padrone. I motori di ricerca introducono quindi problemi etici e di democrazia. Anche e soprattutto perché, cosa più grave, non dicono chiaramente come e perché vi fanno vedere certe cose e non altre. Vediamo un altro aspetto della trasmissione della conoscenza, considerando in particolare le notizie giornalistiche. Un tempo ci si aggiornava esclusivamente attraverso i giornali (o la radio e Tv, perché il discorso che qui faccio vale anche per loro). I giornali cartacei presentavano (e presentano tuttora) le notizie ciascuno secondo il proprio punto di vista, ma il lettore sapeva in partenza qual era il punto di vista adottato a seconda che la notizia venisse riportata sul «Corriere della Sera» o sull’«Unità». Non solo: era il lettore che fra le numerose notizie selezionava secondo propri e deliberati criteri cosa leggere e cosa no, non necessariamente sempre allo steso modo (un’occhiata poteva sempre cadere su notizie che a priori non era detto che lo avrebbero interessato). Gli articoli venivano scritti e impaginati in modo da confezionare un prodotto, il giornale, che fosse interessante nel suo insieme per il più elevato numero di lettori-acquirenti. L’obiettivo infatti era quello di soddisfare più persone e quindi il giornale era più della somma delle sue parti. Oggi invece, con i giornali online dove valgono i singoli click (in base ai quali affluisce la pubblicità che ripaga l’editore e il provider), ogni articolo deve giustificarsi per se stesso. E quindi molte notizie specie se lunghe e impegnative (come le inchieste) non vengono lette oppure lette da pochi, e quindi si tende a pubblicare notizie brevi, non approfondite, e come predetto quelle più popolari ma non necessariamente più importanti. Vedete come cambia la natura dei media e come si pongono problemi etici nuovi? Spesso chi legge un articolo sul web non si preoccupa, né sarebbe facile farlo, di verificare chi è l’autore, chi l’editore, chi l’ha messo in rete (e la relativa autorevolezza e affidabilità). Spesso è difficile perfino desumere la data di pubblicazione della notizia. Un tempo almeno sapevamo se il giornale era del giorno o di un mese prima, e soprattutto chi ne era garante: il giornalista, l’esperto, il premio Nobel (!), l’editore o addirittura una università o istituzione culturale. Il fenomeno creato da Internet è stato denominato il “grande spacchettamento” e ci fa credere che possiamo trovare solo ciò che ci interessa, senza scorie o detriti, e senza sforzi. Ma la cultura dell’abbondanza è anche una cultura mediocre e superficiale, come predetto. Con i nuovi media entrano in crisi i vecchi agenti che filtravano la comunicazione, assumendosene la responsabilità: professori, opinion leader, giornalisti, direttori di giornali, ecc. Oggi chi valida l’informazione? Tutto ciò che circola è spesso considerato, specialmente dai soggetti più deboli e sprovveduti, come i ragazzi, tutto degno della stessa considerazione (come nei talk show...). C’è un problema di validazione della conoscenza. Con l’avvento di Internet devono essere i singoli fruitori a validare e selezionare l’informazione. Vorrei tornare un attimo su un aspetto già prima evidenziato implicitamente: i filtri che realizzano la “personalizzazione polarizzante”, che comportano il rischio, molto reale come visto, di entrare in relazione solo con realtà simili a noi (che non è male a priori, ma attraverso i filtri di personalizzazione persone simili avranno informazioni simili), e che fanno sì che la visione del mondo risulti distorta, cioè ci fanno vedere solo il mondo che i motori di ricerca in maniera automatica “ritengono” ci interessi, e così non ci consentono, o rendono comunque più difficile, il confronto, che sta alla base della democrazia e della stessa crescita culturale e ricerca scientifica. Il 4 dicembre 2009 è una data storica: Google ha introdotto i filtri di personalizzazione, e ciò è considerato il più grande cambiamento nel mondo dei motori di ricerca e quindi delle modalità di accesso e trasmissione della conoscenza. In realtà, il fenomeno è duplice: personalizzazione e polarizzazione. Così ci troviamo dentro una “bolla” creata dai filtri di Internet. La bolla è invisibile e non trasparente. Ad esempio, in TV siamo noi a scegliere un programma, un telegiornale, in rete no: in questo la bolla è subdola. La bolla ci divide e porta alla radicalizzazione delle idee. Questo è un tema di etica digitale assolutamente, oggi, sottovalutato ma di straordinaria importanza, perché attiene alle modalità di trasmissione della conoscenza e alla formazione dell’opinione pubblica, e, come si comprende bene, tocca i temi della libertà individuale e della democrazia.

Privacy

L’etica digitale ha a che fare con numerosi altri temi e problemi, come ad esempio il tema della privacy che non riguarda solo le persone fisiche ma anche le persone giuridiche, quasi tutto musica, film, cartelle cliniche, operazioni bancarie, ecc. viene ormai digitalizzato o automatizzato, e quello che mangiamo, beviamo, vediamo e comunichiamo può essere tracciato. Tutto ciò potrebbe migliorare il nostro benessere e la nostra sicurezza, ma potrebbe anche annullare ogni senso di solitudine e vita privata.

Deep weeb

Internet offre grandi opportunità, sconosciute solo alcuni decenni fa. Però non è tutto oro quello che luce. La rete nasconde anche una parte oscura chiamata “deep weeb” in cui vengono svolte tantissime attività, da quelle più discutibili e illegali ad altre molto più “tranquille”. Sono dunque dei siti “nascosti”, che non si trovano facendo delle normali ricerche in Google. Anche Edward Snowden ha usato il deep web per sfuggire la censura e i controlli. Poi ci sono forum, siti di organizzazioni spesso estremiste (è stato calcolato che ce ne sono almeno 50 mila) e anche negozi virtuali, dove c'è chi vende droga, armi e documenti falsi, che poi arriveranno a casa in un pacco anonimo, in modalità priority stealth. Per accedere alla rete è necessario installare e configurare un programma in grado di rendere la navigazione anonima e sicura. È però doveroso sottolineare che il deep web non è solo crimine e criminalità, ma una parte del web sommerso che ha conservato l’originaria finalità che ne ha determinato la nascita. E’ rimasto uno spazio virtuale all’interno del quale gli attivisti possono comunicare senza essere intercettati, un centro di ritrovo virtuale di militanti politici e religiosi, ma anche la rete utilizzata dai governi di mezzo mondo per monitorare le reti terroristiche e le aree in fermento del pianeta». La rivoluzione digitale pone interrogativi molto complessi alla società in generale.Da una parte si aprono spazi di libertà, di cooperazione: e-democracy, open government, open data, ecc., dall’altra nasce un problema di e-reputation, di diritto alla privacy, perfino di diritto all’oblio. Possiamo parlare di cyberwar, di terrorismo in rete, di computer crimes, non solo della primavera araba favorita dalla rete, e possiamo parlare della governance di Internet: un problema di una portata enorme per il futuro della rete. L’uso dell’informatica nella finanza e nell’economia non sta solo facilitando le transazioni economico-finanziarie ma favorisce come mai prima la speculazione e la manipolazione dei mercati (vedasi il caso dell’High Frequency Trading: le transazioni ad alta velocità).

 

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